Rassegna stampa

Intervista su Progresso Fotografico n.64 luglio-agosto 2020

Sei pagine e sei fotografie pubblicate su una delle riviste di fotografia più importanti in Italia. Progresso Fotografico è una rivista storica, di riferimento. Credo che una delle massime aspirazioni di un fotografo sia quella di essere chiamato e intervistato da una delle riviste che legge e compra da sempre!!

Ha iniziato a fotografare nei primi anni Ottanta con una Yashica FX3 ed ha sperimentato diverse tecniche fotografiche; divoratore di riviste e libri fotografici, Giuseppe Ferrari non ha mai smesso di imparare, di andare alla ricerca di nuovi autori e di nuove tecniche, passando dalla camera oscura bianconero al digitale, che ha subito abbracciato. Da circa quattro anni si occupa di fotografia panoramica ed è specializzato nella fotografia panoramica sferica. Da dicembre 2016 è “fotografo certificato Google Street View” e le sue immagini in formato sferico sono pubblicate su Google Maps e su 360cities, raggiungendo oltre 6 milioni di visualizzazioni.

Com’è che hai scelto questo genere di fotografia?

Ho iniziato a occuparmi di fotografia panoramica sia per curiosità, sia intravedendo un’opportunità di lavoro. Attraverso la scheda My Business Google permette di associare a ogni attività svariate informazioni utili ai clienti, tra cui le fotografie a 360° che offrono un’interessante visita virtuale di un luogo prima di vederlo fisicamente. Penso ad esempio alla scelta di un hotel: fino a poco tempo fa era possibile informarsi solo attraverso descrizioni, fotografie statiche o recensioni. Oggi la visita virtuale consente di muoversi tra gli ambienti acquisendo un’idea molto più precisa. In qualità di fotografo certificato realizzo le foto panoramiche su commissione e ho la possibilità di pubblicarle sulla scheda del cliente. La fotografia panoramica a 360 gradi è fortemente legata ai nuovi sistemi digitali di fruizione per la sua navigazione. Nonostante il suo fascino, la pellicola permetteva sperimentazioni marginali in ambito panoramico. Senza dubbio il digitale e la sua evoluzione hanno permesso sviluppi enormi in questo settore, aumentando sempre più la qualità del risultato. I moderni mezzi di fruizione fotografica hanno poi agevolato la sua diffusione. La possibilità di osservare una fotografia a 360° muovendo uno smarthpone o un tablet è senz’altro un’esperienza totalmente nuova, inimmaginabile fino a pochi anni fa.

Da dove si inizia per diventare fotografo riconosciuto Google Street View?

Oggi è possibile realizzare fotografie a 360° con molti strumenti, a partire da un semplice smartphone, ma per ottenere risultati di qualità sono indispensabili competenze fotografiche e di post-produzione, nonchè una buona conoscenza degli strumenti informatici. Per ottenere la qualifica di fotografo certificato bisogna pubblicare almeno cinquanta scatti su Google Maps, verificati da Google.

Quali sono le situazioni che meglio si prestano alle riprese a 360 gradi?

Ho visto fotografie sferiche di ogni tipo: dall’interno di una bottiglia a punti di vista aerei posizionati decine di metri sopra
la torre Eiffel senza l’utilizzo di un drone. Le applicazioni sono le più svariate, a me piace in particolare il paesaggio urbano. Per quanto riguarda le precauzioni da avere, dovendo utilizzare il treppiede, che spesso all’interno di musei o luoghi pubblici
non è consentito, è necessario farne prima richiesta. Si può anche tentare di non utilizzare il treppiede, ma è molto difficile ruotare la macchina nel modo corretto.

Di quanti scatti e di che tipo si compone una vista completa?

La domanda prevede una risposta piuttosto lunga. Come ho detto in precedenza esistono in commercio sempre più attrezzature per effettuare foto a 360° in modo automatico. Io credo di utilizzare il sistema che permette di ottenere il miglior risultato tecnico e qualitativo: una reflex / mirrorless APS-C abbinata a un obiettivo fisheye. Dopo sperimentazioni anche con Full Frame attualmente utilizzo una Sony A6000 con un fisheye 8mm Sigma f/3.5 innesto Canon con anello adattatore Sigma MC11. Non uso più il corpo Full Frame, pur avendo una Sony A7R II, in quanto l’immagine prodotta dal fisheye copre il sensore solo per il 48%, a differenza dell’APS-C coperto quasi completamente. L’immagine finale risulterà più grande nonostante l’APS-C abbia un sensore da 24 Mpxl e la Full Frame da 42 Mpxl. Per quanto riguarda la scelta dell’ottica, sarebbe teoricamente possibile realizzare immagini sferiche con ogni focale, variando solo il numero degli scatti per coprire l’intera area, considerando anche il margine di sovrapposizione necessario. Usando il fisheye sono sufficienti solo quattro scatti, posizionando la macchina in verticale, salvo una piccola porzione in basso (nadir) corrispondente al treppiede,
che verrà sistemata in seguito. Fondamentale è la testa panoramica, una particolare testa che permette di spostare il punto di rotazione della fotocamera all’indietro, risolvendo il problema della parallasse. La rotazione, in questo modo, avviene intorno al punto nodale, il punto in cui l’immagine viene capovolta dall’obiettivo e proiettata sul sensore. Senza questa particolare testa il programma che si occupa della giunzione produrrebbe inevitabili errori. Io utilizzo principalmente materiale prodotto dalla ditta Nodal Ninja. Ho due tipi di teste panoramiche: la NN3 più versatile che permette di utilizzare quasi ogni ottica e una R10, più piccola e comoda che, attraverso un anello specifico per ogni ottica, sostiene la fotocamera nella corretta posizione. Ovviamente il tutto su un robusto treppiede. Come software di editing utilizzo PTGui Pro, potente programma per la giunzione di foto sferiche, ma anche per le foto panoramiche classiche. Prima e dopo PTGui effettuo correzioni in Camera Raw e Photoshop.

Come gestisci l’esposizione con un’illuminazione che può variare sui 360 gradi?

Dovendo valutare l’esposizione su un arco cosi grande inevitabilmente ci sono notevoli differenze. Utilizzo la macchina in manuale con diaframma f/8, ISO 100 messa a fuoco manuale sull’iperfocale: nella foto a 360° tutto deve essere a fuoco. Per una corretta esposizione uso quasi sempre il bracketing. Misuro le ombre e le luci con l’esposimetro spot e con l’aiuto di una App calcolo i tempi necessari per impostare la fotocamera ed eseguo quasi sempre tre scatti -2 0 +2, ma a volte anche cinque. Questo sarebbe il sistema più corretto, ma volte faccio valutazioni più veloci con l’ausilio dell’esposimetro multizona della fotocamera e un po’ di esperienza. L’HDR viene poi gestito molto bene direttamente da PTGui.

In questo tipo di fotografia non è possibile usare i classici filtri neutri digradanti o il polarizzatore; quale tecnica usi?

I moderni sensori hanno un’elevata gamma dinamica e scattare in Raw con una multi-esposizione permette di recuperare molto nelle luci e nelle ombre. Una volta pre-visualizzata la foto finale, scelto dove posizionare il treppiede e fatte le impostazioni non serve più guardare nel mirino.

Che file ottieni in uscita dopo un lavoro di giunzione?

Mi piace lavorare alla massima qualità anche se alla fine dovrò ridimensionare l’immagine per la pubblicazione sul web. Per questo lavoro in Tiff dall’inizio alla fine. Il file master sarà un Tiff Adobe RGB da 13000×6500 pixel con un peso di circa 300 MB. Per la pubblicazione su Google lo converto poi in un Jpeg SRGB di circa 60 MB.

Toglici due dubbi Giuseppe, anzi tre! Il primo: come si eliminano il treppiede e l’ombra del fotografo dalla parte inferiore dell’immagine? Come si gestiscono le persone che si muovono sulla scena mentre scatti? Come fanno gli scatti ad essere così definiti nella parte superiore se, osservando il loro sviluppo orizzontale, appaiono tanto stirati?

L’ombra del fotografo si evita allontanandosi prima dello scatto e utilizzando un comando remoto. L’ombra del treppiede si elimina inevitabilmente in Photoshop. Per quanto riguarda la parte inferiore della foto, il nadir, si opera in due modi: dopo aver fatto i quattro scatti, si sposta il treppiede di circa 1 metro e si scatta una foto verso il basso, che verrà poi unita alle altre tramite PTGui. Oppure, come faccio quasi sempre io, si estrapola con un plug-in di PTGui la parte inferiore della foto, la si ricostruisce in Photoshop per poi rimontarla nell’immagine, sempre con PTGui. Se vi sono persone che si muovono sulla scena, per evitare “fantasmi” o arti tagliati si usano delle maschere disponibili in PTGui. Un trucco consiste nell’effettuare due giri di scatti (720°) in modo che le persone muovendosi “liberino” lo sfondo che verrà poi gestito con le maschere. La parte superiore o inferiore della foto, che appare molto deformata nell’immagine piana, non costituisce un problema: nella visione a 360° tutto apparirà corretto.

In termini di editing “estetico”, nell’applicazione della Nitidezza non si corre il rischio di rendere percepibile la giunzione tra i bordi del fotogramma?

E’ vero, c’è il rischio di avere dei problemi ai bordi effettuando troppe correzioni sul file prodotto da PTGui. Come prima cosa io apro gli scatti in Lightroom o Camera Raw ed effettuo la maggior parte delle correzioni: esposizione, recupero luci, apertura ombre, aberrazioni cromatiche, bilanciamento del bianco e un po’ di chiarezza. Dopo la giunzione con PTGui apro l’immagine in Photoshop, correggo eventuali macchie e applico la nitidezza controllando che ciò non crei problemi nei bordi. Utilizzando il filtro-altro-sposta è possibile muovere orizzontalmente l’immagine e controllare.

Tecnica a parte, occorre anche passione per ottenere questo tipo di risultati; entro quali limiti è possibile ricercare un’estetica nella fotografia immersiva?

A mio parere l’immagine a 360°, osservata in modalità immersiva, è poco espressiva dal punto di vista artistico e, oltre al primo effetto “wow” e alla curiosità delle difficoltà tecniche di esecuzione, offre poco altro. Al contrario le immagini che stampo presuppongono una grande attenzione al dettaglio e alla composizione che deriva dalla mia passione per la fotografia tradizionale e dalla conoscenza degli strumenti applicati a questo genere fotografico. Le inevitabili deformazioni, limitate solo ai piani orizzontali, non disturbano l’occhio e sono compensate dai perfetti piani verticali.

E come si stampano queste fotografie?

Se decido di stampare un file, prima di tutto cambio le proporzioni da 2:1 a 4:9 per eliminare la parte bassa o alta della foto, troppo deformata e anti-estetica. Non dovendo più pensare a eventuali problemi sul bordo posso intervenire come voglio sull’immagine, nitidezza, miglioramento dei colori, ecc. Salvo in Tiff e porto il file al mio stampatore di fiducia. Come carta preferisco la Canson Rag Photographique 100% cotone, insieme agli inchiostri a pigmenti Ultrachrome HDR e alla stampante Epson. È comunque possibile salvare in Jpeg e richiedere una stampa chimica, chiaramente nei formati standard rimarrà del bordo bianco sopra e sotto, che andrà rifilato.

Quali sono le reazioni del pubblico?

Il risultato che si ottiene alla fine dell’editing di una foto a 360° è in realtà un’immagine piana dal rapporto 2:1 riconosciuta come sferica da un visore attraverso i suoi metadati. Come dicevo, queste immagini possono essere stampate, data l’enorme dimensione del file. Ho realizzato stampe FineArt di dimensione 108×48 cm e devo dire che esposte attirano molto l’attenzione. I riscontri positivi avuti nel corso delle mie esposizioni penso siano dovuti a diversi motivi, non solo artistici: per alcuni vi è la curiosità di vedere luoghi conosciuti attraverso un punto di vista inusuale, per altri appunto il dettaglio della stampa.

Quali sono le maggiori difficoltà in questo genere di riprese?

Forse l’utilizzo di PTGui, un programma potente ma dall’interfaccia non semplicissima, e fino a poco tempo fa solo in inglese. Fondamentale è anche un corretto utilizzo della testa panoramica e della sua impostazione. Bisogna sempre controllare che non ci siano piccoli problemi di giunzione, in tal caso vengono in aiuto gli strumenti di PTGui. Piccoli difetti si possono anche ritoccare successivamente in Photoshop. L’immagine finale non deve presentare errori e deve essere fruibile completamente nei suoi 360°.

Pensi di arricchire la tua attrezzatura?

Uno dei miei ultimi acquisti è un “palo”, il Travel Pole Nodal Ninja, che mi permette di alzare fino a 3 metri la fotocamera ottenendo un punto di ripresa migliore in particolari situazioni. Sto poi valutando l’acquisto di un rotatore automatico che si inserisce tra il treppiede e la testa. Se si possiede già una fotocamera Full Frame la si può utilizzare, ma consiglio una APS-C.

Cosa pensi delle fotocamere nate allo scopo di generare panorami a 360 gradi?

Le fotocamere che generano queste foto in un solo scatto sono comode, ma non offrono la stessa qualità; inoltre io preferisco avere il controllo di ogni singola fase.

Per chi pratica la fotografia di paesaggio su pellicola bianconero Ansel Adams è il primo riferimento. Quale potrebbe essere per la fotografia a 360 gradi?

Leggere i manuali di Ansel Adams fa sempre bene. Oggi in rete si trovano tanti bravi fotografi disponibili a condividere le proprie conoscenze. Io ho imparato molto della tecnica panoramica da un fotografo colombiano, molto bravo a scattare ma altrettanto bravo ad insegnare: si chiama Mario Carvajal. Vi consiglio di visitare il suo canale Youtube, è in spagnolo, ma comprensibile.

Quali consigli daresti a chi desidera approfondire la fotografia a 360 gradi?

Per chi vuole avvicinarsi a questo mondo il primo suggerimento è di comprare una testa panoramica; consiglio di avvicinarsi al mondo Nodal Ninja, sia per la qualità dei prodotti, sia per la compatibilità con i tanti accessori proposti. Io inizierei con una NN3, che permette di utilizzare qualsiasi corpo macchina e la focale più corta che abbiamo in borsa. Successivamente consiglio l’acquisto di un fisheye per ridurre il numero di scatti necessari e per agevolare il lavoro del programma PTGui, altro fondamentale acquisto. Per altri consigli non esitate a contattarmi.

La rivista Progresso Fotografico n.64 è in vendita in tutte le edicole oppure online :

http://www.fotografiastore.it

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